Il Myanmar ospita un'estrema varietà di nazionalità ed etnie (135), pur con una netta prevalenza di birmani, da cui il nome antico dello Stato. Il complesso mosaico etnico e l'intento di soddisfare le richieste di autonomia da parte della popolazione, si sono tradotti, nel corso del tempo, nell'adozione di una struttura federale insufficiente a contenere l'instabilità interna e ostacolo per una crescita politica, sociale ed economica. Guardando agli ultimi cinquant'anni, il Paese è stato vittima di una sequenza di colpi di stato militari. Questa difficile situazione interna, unita all'isolamento frutto di una crescente chiusura, ha compromesso i rapporti internazionali, con gravi danni per l'economia e per le possibilità di ripresa del Paese. Emblema di questo atteggiamento di rottura e di resistenza è stato negli ultimi decenni l'instancabile testimonianza del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, più volte incarcerata dal governo dal 1989 e liberata solo alla fine del 2010. Le conseguenze di tali riforme hanno aperto una nuova fase politica per il paese.

Il Myanmar è potenzialmente ricco, ma pesantemente arretrato; i primi accenni di cambiamento si sono avuti a partire dal 1988, quando il governo militare decise di intraprendere un processo di riforme economiche che avrebbero dovuto consentire il trapasso da una economia centralizzata e pianificata a una economia di mercato.

E’ però ancora troppo chiuso, instabile dal punto di vista politico e sociale e manca delle indispensabili riforme volte a incentivare gli investimenti stranieri nei settori produttivi chiave. Nonostante il grande clima di arretratezza che in ogni angolo del paese si percepisce, si possono, però saggiare tutti gli aspetti reali della cultura asiatica non macchiata da quella occidentale, vantaggio per i turisti.

(My)anmar, il primo progetto fotografico e artistico, di Federica Ariemma, nasce dalla voglia di testare con occhio, più che con mano, usi e costumi delle popolazioni del sud-est asiatico ed in particolare di visitare un luogo con scarsa affluenza turistica. Con una valigia dalle scarse aspettative, nell’estate del 2015, inizia quest’esperienza che diviene soprattutto un modo per affrontare un viaggio in se stessa, attraverso un corpus di fotografie che esula dalla canonica riproposizione del reportage di viaggio, anche perché l’artista non si ritiene una foto reporter. (My)anmar, come lascia supporre il titolo di questa mostra, vuole rappresentare, in unaintima e personale, l’analisi di tre aspetti di questa società rispetto a quella occidentale: la gelosa conservazione del patrimonio storico, artistico ed architettonico, la grandezza dei paesaggi naturali e la profonda spiritualità, interpretando con l’occhio dell’occidentale, le figure del Buddha all’apparenza troppo kitsch e immerse in luoghi di culto dai colori sgargianti e ricchi di lustrini. Accolta da sorrisi e sguardi profondi, di un popolo che pur avendo molto poco non sembra mai accusarlo, la fotografa ripropone in chiave ironica una sequenza di ritratti, dai caratteri asiatici.

Tutte le foto sottostanti non sono state esposte alla mostra (MY)ANMAR che ha inaugurato lo scorso Dicembre al Palazzo delle Arti di Napoli (PAN)

Commenti

Non sono ancora stati effettuati inserimenti.
Inserisci il codice
* Campi obbligatori
Stampa Stampa | Mappa del sito Consiglia questa pagina Consiglia questa pagina
Copyright © 2017 Federica Ariemma. Designed by Federica Ariemma. Written by Cristina Fei. All rights reserved.