Nasce da un viaggio nella Repubblica Dominicana, precisamente a Punta Cana. Partiti sognando i Caraibi, quelli da cartolina, paesaggi paradisiaci, spiagge bianche ed altissime palme, ma catapultati in una realtà che va ben oltre questo. E’ vero che dire “Caraibi” è dire “paradiso”, eppure una volta usciti dai villaggi turistici, che ti tengono chiusi come scimmie in gabbia, ti guardi intorno e vedi miseria e povertà. Quasi 800mila haitiani alla ricerca di condizioni di vita migliori, in seguito allo Tzunami, sono emigrati in questo paese e quotidianamente si scontrano con comportamenti razzisti, rimpatri forzati, discriminazione e violenze. Hanno creato grandi baraccopoli insieme ai contadini dominicani, chiamate Batey, ovvero piccoli agglomerati di baracche, inizialmente nate per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto nei campi di canna da zucchero e diventate poi con il tempo, comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emancipazione, prive di elettricità, di acqua potabile e di latrine, in cui precarie condizione igieniche la fanno da padrone. Sono circondati dal benessere e dallo sfarzo delle potenti multinazionali straniere che in questi luoghi investono, sfruttando la mano d’opera e creano un turismo che non lascia quasi nulla ai dominicani. La maggior parte di loro passa le giornate tra il gioco del domino, del lotto e la lotta tra galli, i più fortunati lavora per poco più di 200€ al mese, con orari massacranti. Attraversando baraccopoli a ridosso di strade sterrate fiancheggianti l’autostrada, si passa tra case dai colori vivaci, molte in lamiere, poche in muratura con grossi cancelli e sbarre su finestre, balconii e porte, i bambini ti accolgono allungandoti la mano, e con un grande sorriso. Questo è il mio breve racconto di una realtà che in pochi immaginano…

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